Michele  Di Donato


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THE SOUND OF SILENCE - Visioni fotoespressionistiche della disabilità

di Fabiola Di Maggio

 

 

Sentire e toccare anche per vedere. Guardare e tastare anche per ascoltare. Mani anche per parlare. Ascoltare e guardare soli mezzi per camminare. Dire o guardare, spesso, unici modi per fare, per essere.

In questo passaggio di differenze, similitudini, dissociazioni, necessità, combinazioni e adattamenti legati a impossibilità fisico-sensoriali naturali o accidentali, si muovono le venti istantanee della serie The Sound of Silence realizzate da Michele Di Donato. Per l’artista:

 

«La condizione, intrinseca e vera, della disabilità è qualcosa di molto sottile e invisibile. Ci si sente vulnerabili, nudi, non si sta bene col mondo e si incrina la visione stessa della realtà. È come stare nudi, allo scoperto, senza riuscire a coprirsi. Tuttavia, il concetto stesso di fragilità nella disabilità è anche una dimensione di delicatezza e bellezza che richiama alla mente le ali di una farfalla: sono delicate e belle, ma anche fragili ad un semplice tocco.»

 

I soggetti fotografati, come ombre del teatro di figura o spettri, sono intrappolate, avviluppate da ostacoli materiali, funzionali all’espressione dello scatto, quali veli, tende, pellicole trasparenti e perfino il buio, cupo e robusto, che fodera la figura e allo stesso tempo la delinea. Queste barriere sono anche degli involucri, frontiere tra sé e lo spazio di fuori: veri e propri schermi che alludono ai gusci nei quali i disabili si ritraggono e risiedono.

The Sound of Silence è un manifesto fotografico neoespressionista che trova chiari riferimenti estetico-formali nelle “rayografie” dada-surrealiste di Man Ray. Per raccontare la fragilità, le paure demolenti e l’impressionabilità insite in ogni tipo di disabilità, Di Donato ritrae urla strozzate, silenziate alla maniera dell’espressionismo pittorico di Edvard Munch e Francis Bacon. Alcune fotografie alludono all’esistenzialismo inciso nelle sculture di Alberto Giacometti: presenze mute, gracili ma salde, smarrite nel tormento di esistere che, come mani o braccia, simili alle tante scolpite dall’artista svizzero, si protendono verso qualcosa che non potranno mai afferrare. Si percepiscono così le inquietudini, le solitudini, i disagi che intagliano le pieghe dell’anima e della vita stessa di queste persone, poste quotidianamente di fronte ai propri limiti, con evidenti accenni alle sperimentazioni psicologiche e introspettive di Lucien Freud e a quella fredda incomunicabilità che restituisce l’immagine raggelata di realtà estranianti.

Dall’arte al cinema, l’occhio di Di Donato è intriso, sin dall’infanzia, delle immagini dei film di Friedrich Wilhelm Murnau, con il suo espressionismo tenebroso e sovrumano, fatto di deformazioni e allucinazioni che rendono la realtà sospesa e incerta, ciò nonostante manifesta. Infine, Gli scatti di The Sound of Silence tradiscono anche l’influenza che i film sull’incomunicabilità, sull’alienazione e sul malessere esistenziale di Michelangelo Antonioni hanno avuto sull’artista, come anche l’eco del cinema e della fotografia di Wim Wenders quali media che raccontano per immagini «l’atto di vedere» in chiave evidentemente personale.

Nell’intessere una significativa rete iconologica con tali riferimenti, Di Donato li attraversa e struttura dei frame visuali sui quali l’obiettivo della macchina si posa per imprimerne le forme e trasmettere le idee in esse contenute. Partendo dalla consapevolezza che la disabilità, oltre che essere un ostacolo fisico, è nondimeno un nemico psichico, l’artista privilegia ed esaspera questo lato emotivo deformando l’immagine per tracciarne le sembianze soggettive, espressive ed emozionali dalle quali compaiono metafore e metonimie del dolore: forme corporali larvali, alieni e fantasmi.

Gli scatti di The Sound of Silence sono essenze di dolore che riflettono sofferenze e disagi nascosti, invisibili e non detti, che tuttavia si vedono e si sentono e, per questo, non lasciano lo spettatore indifferente. Le disabilità sono esperienze psico-fisiche chiaramente oscure, vere e proprie «crisi della presenza», per dirla con Ernesto De Martino. Eppure, da questi stalli neri Di Donato estrae una luminosità, una forma per il loro riconoscimento, per la loro ricezione e comunicazione, in sintesi, per la loro risoluzione.

Quale mezzo migliore, dunque, se non quello fotografico, per rendere visibile l’intimità segreta e oscura della sofferenza accarezzata da barlumi di speranze, aspirazioni, tentativi, opportunità, spesso, solo sfumate utopie? Ed ecco che l’artista sembra quasi aver realizzato delle pellicole schermografiche che fotografano il corpo e al contempo lo attraversano per far comparire e mettere in evidenza le forme informi, astratte e incorporee dell’afflizione.

Questo portfolio dal carattere neoespressionista è estremamente distante dalla fotografia tradizionale. L’esito dell’immagine è completamente sperimentale e capovolto rispetto alla chiara rappresentazione della realtà a cui la fotografia ci ha abituati. Di Donato, togliendo spazio al contesto, mette in primo piano le proprie idee che diventano soggetti primari dello scatto e del progetto visuale tout court.

Il fotoespressionismo, come dimostra agevolmente la serie in oggetto, disegna con la luce forme che esistono già nella mente dell’artista, il quale le ha immaginate e poi realizzate. Per questa ragione, la fotografia espressionista si avvicina molto alla pittura nella resa astratta e personale dell’immagine, dove la luce e il concetto sono insieme tela, tavolozza e pennello.

Di Donato calibra esattamente, come farebbe un pittore, il gioco del bianco e del nero. Il buio in questi scatti non è un’assenza o una sottrazione della luce, ma un condensamento mimetizzato della componente luminosa. La luce riflette come un bagliore lunare che rifila i soggetti dal buio circostante delineandone sinteticamente le forme a volte corrugate, sciolte, ermetiche, opache o sfocate. Al tempo stesso, l’oscurità stessa erompe dalla massima coagulazione della luce. Dunque, la pregnanza del raggio luminoso, come fosse un lampo, si concentra analiticamente in alcune parti della fotografia, originando, da un’estensione sfavillante, la concentrazione in se stessa che si mostra solo attraverso lo spessore imperscrutabile dell’oscurità.

Un fuoco nero o uno specchio opaco, quindi, quello che attira, assorbe e manifesta le figure fantasmatiche di The Sound of Silence: volti, busti, profili, mani, gambe, sguardi tesi tra la sventura delle amare condizioni in cui pongono le disabilità e le stesse virtualità di queste ultime in quanto, nella maggior parte dei casi, le disabilità si ritrovano a essere compromessi del corpo e dei sensi con il corpo e con i sensi, dove il “meno” deve necessariamente essere e farsi “più”.

Con The Sound of Silence Michele Di Donato propone un punto di vista originale e toccante sul concetto di disabilità. Un’esposizione espressionista di impressioni su un tema delicato, intricato e sicuramente difficile da dipanare. L’artista, attraverso distorsioni dell’immagine, ha provato a scrutare il daemon dei disabili che, a sua volta, altera la percezione della realtà di chi è affetto da qualsiasi forma di handicap.

La lettura delle fotografie non segue un ordine stabilito. Eppure non si può non cogliere il filo rosso che collega il primo e l’ultimo scatto del portfolio che si apre e si chiude con una parabola della visione: da una parte, riuscire solo a vedere, dall’altra, cercare disperatamente di vedere. Da questa polarità incentrata sulla vista, considerata normalmente il senso preminente rispetto agli altri, la riflessione sulle impossibilità che tutte le disabilità implicano si fa concettualmente più complessiva ed esistenziale. Di fatto, la disabilità è un limite, un’instabilità, più o meno immutabile, che ogni essere umano può trovarsi a combattere durante la propria vita.

Ed è proprio questa la considerazione ultima a cui The Sound of Silence ci conduce. Sarà più facile, così, percepire le vibrazioni di queste fotografie, per porsi – come direbbe Wim Wenders – in «ascolto del vedere», e in connessione, perfino, con tutte quelle volte che un profondo silenzio ha risuonato in noi o da altri ci è giunto.

 

Fabiola Di Maggio, Dottore di Ricerca in Studi Culturali Visuali e Museali, antropologa delle immagini e curatrice d’arte. 

Le sue ricerche si collocano nell'ambito dell'antropologia della contemporaneità e delle immagini in una prospettiva che promuove la comprensione della complessa società globale attraverso una delle più importati espressioni simboliche e culturali dell'uomo: l'arte. E' esperta nell’analisi di fenomeni visivi legati alle immaginazioni frattali e apofeniche per le quali ha proposto un’inedita connessione. Nell’ambito dei Visual Culture Studies, e dei Museum Studies specificamente, ha messo in rilievo l’importanza del Cold Visual Turn relativo alle forme e alle dinamiche che negli ultimi decenni caratterizzano la cultura museale contemporanea indicando con il neologismo “musiconologia” una nuova area di ricerca che unisce le prospettive epistemologiche dell’antropologia e dell’iconologia. Dal 2009 si occupa dello studio del concetto di “primitivismo” nell’arte contemporanea e del fenomeno della musealizzazione dell’arte extra occidentale secondo una prospettiva che incrocia le analisi culturali dell’antropologia e quelle estetiche della storia dell’arte.

 

 

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