Michele  Di Donato


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METAPOLIS

La stasi della presenza nelle solitudini dello spazio

 

a cura di Fabiola Di Maggio

 

 

 

Immaginate all’improvviso che la realtà e tutte le cose si sospendano fissandosi nel punto in cui sono. Magia? Forse, se con magia si intende il potere dello sguardo che si incanta sedotto da scenari che oltrepassano l’ordinario. Il superamento della quotidianità avviene sempre e solo tramite l’immaginazione. Eppure, a volte, ci sono stati dello spazio che trascendono la stessa immaginazione introducendo una nuova percezione della realtà. La quiete, la solitudine, l’indeterminatezza, la sosta, l’assenza, sono condizioni che, in particolari momenti, magnetizzano certi luoghi (città, borghi, castelli, case, piazze, portici, cantoni, vie) investendoli di un senso altro e incomprensibile, di una figurazione misteriosa e onirica. Carichi di queste suggestioni, questi luoghi offrono involontariamente altre immagini di sé, che si vengono così a stagliare su loro stessi quasi fossero dei frame appesi a un filo di nylon. Come a teatro, ma in modo accidentale, sipari irreali aprono e chiudono quinte inedite nella consueta realtà di tutti i giorni, tanto che esse sfuggono all’attenzione della maggior parte delle persone. Tuttavia, questi scenari repentini non si sottraggono allo sguardo di chi, come Michele Di Donato, di un luogo non coglie strutturalmente solo ciò che c’è, ma anche le sue virtualità. Sono tutte quelle “materializzazioni invisibili” che lo spazio effettivamente contiene – ciò che Walter Benjamin ha chiamato «aura» in relazione all’opera d’arte e alla sua riproducibilità –, ma che non si percepiscono se non mediante un loro accurato svelamento da parte di coloro che, come appunto gli artisti, fanno del vedere un prevedere quasi impossibile da immaginare.

Il reportage Metapolis, dal quale sono state scelte le ventiquattro fotografie in mostra, è stato realizzato da Di Donato nei centri di Tratalias, nel sud della Sardegna, e di Murano, nella Laguna Veneta. Set perfetti grazie ai quali è stato possibile visualizzare, nell’ottica dell’artista, sineddochi iconico-spaziali, cenni emblematici al fascino del “Bel Paese”. Due isole, due metonimie, in coordinate geografiche opposte, per significare non solo la penisola, ma un senso del luogo isolato, staccato, che rispecchia perfettamente la condizione umana odierna: esseri solitari in mezzo a un mare di persone, come isole virtualmente connessi alle altre terre con le quali comunicare eppure, di fatto, distanti da tutti gli altri luoghi con i quali relazionarsi.

Iconograficamente, nelle atmosfere utopiche di Metapolis troviamo strutture con campiture piatte e nitide, una chiarezza offuscata, tuttavia, da un quasi impercettibile velo opaco. I profili risultano netti, sintetici ma realistici, e donano consistenza alle ambientazioni e alla loro staticità. Metapolis è un rullino che sviluppa immagini di paesaggi ermetici e immobili vicini al sogno e alla favola. Le scene ritratte rimandano a delle scatole spaziali in cui sono presenti facciate piatte di rettangoli e pentagoni, figure pulite, linee e curve di strade estremamente essenziali, ombre che riflettono e palesano una qualche forma di spessore. La gamma cromatica è di particolare interesse. I colori sono intensi ma non brillanti, compatti e solidificati nelle strutture. Oltre al giallo dominante, la palette dei colori varia dai più freddi e lagunari toni verdi, azzurri e blu, ai densi rossi e arancioni, fino al rosa e al ciclamino, passando per le cromie più tenui e sfumate come beige, avorio e carta da zucchero. Per la resa dell’immagine e dei colori, che sembrano materialmente modificati, Di Donato ha posto davanti all’obiettivo della sua macchina fotografica un filtro: una pellicola trasparente che, in relazione a una presenza cocente, intensa e salda dei raggi solari e di una conseguente luce calda e oggettiva, ne ha alterato la cromia e la texture sfociando in un pittorialismo fotografico manifesto ed evocativo.

Con Metapolis, Di Donato ha realizzato delle immagini ibride che mostrano i tratti della Metafisica di Giorgio De Chirico e Giorgio Morandi, come anche i caratteri del Realismo Magico di Carlo Carrà e del Realismo Americano di Charles Sheeler ed Edward Hopper. Per certi aspetti esse ricordano altresì alcune visoni pittoriche decisamente ravvicinate e punti di fuga inconsueti degli scenari metropolitani firmati da Georgia O’Keeffe. Un portfolio che attraversa le suddette correnti in una narrazione figurativa incrociata che va contemporaneamente “oltre la realtà” ma è “esattamente quella realtà”, mostrando in ogni caso una realtà della realtà. Come dichiara Di Donato, per la realizzazione di Metapolis significative sono analogamente state le influenze iconiche di alcuni film di David Lynch, ma soprattutto le istantanee raccolte nel volume Luce istantanea scattate con una Polaroid dal regista russo Andrej Tarkovskij.

Ci si trova, pertanto, di fronte a scenari scanditi dai colori, dalla luce plasticamente velata – con esiti irreali – e dall’ombra, in un effetto “tecnicamente” cinematografico. I luoghi ritratti manifestano un’imponenza teatrale iconico-plastica dove gli edifici sfociano e si sublimano in forme astratte, esito della purezza delle linee, dei contorni e dei volumi netti, il tutto armonizzato con una ricerca di equilibri formali totali che ricordano l’opera di Piet Mondrian.

Dal punto di vista iconologico, in Metapolis il luogo fisico incontra il luogo della mente attraverso fotografie sintetiche dove viene comunicato un senso arcano di attesa, di spazi veri solo in apparenza perché vuoti di identità. Metapolis restituisce una visione dello spazio anonimo, impersonale, solitario, onirico, straniante, melanconico, senza alcuna presenza umana, decisamente atemporale e fondamentalmente decontestualizzato.

Lo spazio viene in qualche modo spiato nel suo aspetto intimo e, come qualcuno che non sa di essere osservato e rivelato, si comporta come se nulla fosse mentre fuori tutto si svolge normalmente. Questi scenari cristallizzati risultano distanti e inafferrabili, vuoti e inabitabili, imprigionati in pellicole di incomprensibilità e incomunicabilità, come paesaggi nelle palle di vetro visibili eppure intoccabili, reali e immaginari insieme. Di Donato interrompe il tempo con un’essenza di solitudini che porta a una percezione dello spazio dove si scopre il meraviglioso nel quotidiano. Tuttavia, questo stallo della realtà, compreso in una sfera deserta e asettica, dal silenzio sconfinato e immutabile, inoltra delle tracce di vita ordinaria, degli indizi che alludono alla presenza di esseri umani appena dissolti, in procinto di apparire, di svolgere mansioni, intenti a guardare qualcosa o qualcuno: panchine, finestre semiaperte, ingressi velati da tende, stendibiancheria, antenne sui tetti. Impronte esistenziali. Echi di vite sconosciute. Ne discende una dimensione paradossale, inconsueta ed enigmatica, quasi surreale, effettivamente contraddittoria, che infonde in chi osserva una senso di estraniazione, abbandono e desolazione come un distopico day after.

Metapolis riflette, attraverso la narrazione visuale di spazi pregni di allusioni a vaghe presenze e/o assenze, quei caratteri comunicanti un’impressione di solitudine espansa, condizione antropologica che sta segnando sempre più la vita dell’uomo contemporaneo. Una poesia fotografica che, benché trametta un senso di mistero labirintico, di dubbio, di tensione, di inquietudine e malinconia attraverso la sottrazione del tempo nello spazio, possiede una carica estetica icastica ed eloquente. Lo spettatore è inevitabilmente incantato dalle atmosfere che osserva tanto da vedersi proiettato sotto quei portici, seduto su una panchina, in cammino lungo una strada o all’interno di una casa. In modo paradossale, questo “manifesto della solitudine” insinua nello spettatore il sospetto di non essere solo, di sentirsi cioè misteriosamente osservato da qualcuno che si può percepire nascosto dietro una finestra o una porta, immaginando, infine, di essere parte di un film o di un sogno che al risveglio diventa un’immagine opaca. Magari proprio la stessa fotografia dalla quale era iniziata la rêverie.

Con Metapolis siamo in presenza di immagini di spazi differenti e ipotetici, capsule atemporali in osmosi tra metafisica e realismo, lontane dalla frenesia, dal frastuono, dall’offuscamento e dalla veemenza delle metropoli moderne alle quali alludono solo i profili delle antenne televisive. Una terra di mezzo visuale attraverso la quale l’artista narra luoghi momentanei, sibillini, reticenti e refrattari. In questa iconica stasi della presenza niente è come appare. Nulla si conosce. Qualcosa si scorge e subito si perde. Tutto si immagina. Forme e contenuti si spostano sul nastro del tempo per approdare in uno stato post-storico, nei luoghi silenti di un immaginario teso e irregolare dove il potenziale e cosciente annullamento dell’uomo contemporaneo è in combinazione con le molteplici tessere di solitudine che compongono gli spazi più intimi e soggettivi, e gli spazi pubblici, delle poleis e oltre.

 

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